venerdì, 22 febbraio 2008, ore 02:53
scarabocchiato da badapple in riflessioni

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Ci ho pensato su a lungo... questo blog è nato per trasmettere allegria e questo deve rimanere il suo scopo.
Per questo ho cancellato il post che c'era una volta esattamente qui... l'ho riletto con gli occhi di Andrea di Melemarce.com (a proposito, il portalone di umorismo riapre il 1° aprile, non mancate!) e mi ha fatto grattare un po' la borsa...

Lascio comunque i commenti di chi è passato e ha avuto la sfortuna (lo dico in senso ironico) di farsi assalire dalla scimmia insieme a me. Grazie per le parole... davvero. Ma così non va Andre, cancella tutto, fai un sorriso e spara una delle tue solite stronzate!

Ce n'è ancora di strada prima di diventare simpatico come Gino Bramieri... impegnati cazzo!

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giovedì, 05 luglio 2007, ore 00:36
scarabocchiato da badapple in riflessioni

umorismoIo non sono uno che va spesso al bar. Cioè, l’aperitivo me lo sparo anch’io ogni tanto (ma solo per spazzare via tutti gli stuzzichini dal bancone e non dovermi preparare la cena…) e qualche volta mi ci infilo a bere un goccetto il sabato sera prima di partire per destinazioni sconosciute (che rimangono sconosciute nel mio cervello anche nei giorni a seguire) ma non sono un ospite fisso.

Così ad ogni mia visita mi capita di guardarmi intorno, i bar sono un po’ come le stazioni, ci trovi gente di ogni tipo, la maggior parte di passaggio come me, altra invece che ha fatto del posto un vero e proprio punto di ritrovo. Da piccolo mi ricordo che ci andavo a comprare le caramelle e rimanevo per mezz’ora a guardare come uno stoccafisso il culo ebano sulla pubblicità delle Morositas, adesso guardo il culo della barista (se merita naturalmente) e quando non parlo del più e del meno e non dico cazzate mi perdo nella solita critica intollerante…

Quella del bar è una fauna ben definita, che merita un’analisi accurata in quelli che sono i suoi rappresentanti di maggior spicco.

IL VECCHIO TELE/GAZZETTA DIPENDENTE – Lo vedi subito appena entri, è seduto in un angolo a 50 cm dal televisore e lo fissa rapito (può capitare anche che il televisore sia spento) come fosse sotto ipnosi. Non ha il telecomando (in possesso del barista il quale per dote naturale è solito scegliere i programmi più orrendi da tutti i palinsesti) e subisce passivamente tutto ciò che gli viene propinato.
Ha però una caratteristica scomoda: è un grande polemico.
Mentre ti sorseggi il caffè lo senti che grida offese e improperi di ogni genere verso attori, registi, presentatori, calciatori, allenatori, arbitri, giornalisti, trasmissioni e quant’altro perché sebbene sia teledipendente per lui sono tutti dei coglioni. A volte, quando è fortunato, ha di fianco un altro vecchio teledipendente come lui che gli assicurerà una lunga e spassosa rissa verbale.
Lo stesso vecchio ha anche un’altra passione, la Gazzetta dello Sport comunitaria del bar che lui ha sempre sul suo tavolino o sotto braccio; tu ti stai sempre bevendo quello stramaledetto caffè e vorresti leggerti le ultime notizie di sport ma non puoi, la Gazzetta sul bancone non c’è mai!!!
Ce l’ha quel maledetto, che non la legge perché è intento a guardare la TV, ma che però se la tiene ben stretta tra le mani. Se hai proprio voglia di perdere tempo vai là e glie la chiedi, lui ti guarda in cagnesco come a dirti “che cazzo te ne fai della mia Gazzetta che con quella faccia tu di sport non capisci una sega!?” poi ti sussurra: “Prego, prenda pure…

IL PADRONE DEL MONDO – Lo odio. Piazza la sua Porsche del cazzo proprio davanti alla vetrata del bar, magari in diagonale così da mangiarsi 3 parcheggi in un sol colpo, entra con movimenti studiati, si avvicina al bancone e sussurra: “Il solito, in fretta che ho i minuti contati” ; “Magari” penso io.
E’ uno sbruffone, convinto che tutte le donne sbavino al suo passaggio, lui ha fatto questo, lui ha fatto quello, lui conosce gli uomini più potenti della città e se ha bisogno loro lo aiuteranno; il ristorante più chic? Lui c’è stato, il mondo del calcio? Lo conosce bene perché da giovane era una promessa poi un brutto infortunio lo ha fermato (“se non avessi avuto quel problema al ginocchio a quest’ora giocherei in serie A”)...
Tu sei lì con i tuoi amici che ti bevi il solito fottutissimo caffè, stai tenendo banco con i tuoi racconti di vita e credi di aver narrato la tua avventura più incredibile, la più fantastica che ti sia mai accaduta. A quel punto sbucando dal nulla esordisce lui, non ti conosce ma ti azzittisce saccente “Seee, ma allora tu non sai cosa è successo a me…” e ne racconta una che non puoi battere nemmeno in una vita intera. Anzi, nemmeno in due vite… roba da mitologia greca… e la cosa bella è che è talmente sicuro di ciò che dice che quasi quasi finisci per credergli

IL GIOCATORE DI VIDEO POKER – La figura più triste del bar, se ne sta imperterrito di fronte a quelle macchinette infernali che succhiano soldi come Eva Henger succhia sigari coi baffi. Ogni tanto vince, ma con una media del tipo “ho perso la casa ma ho recuperato i soldi per ricomprarmi il televisore” ; è circondato da un suo pubblico personale che senza rimetterci neanche un euro lo consiglia nelle giocate (portandolo inesorabilmente alla rovina) ed ha raggiunto una velocità di esecuzione devastante, opera selezioni di carte senza che un normale occhio umano riesca a percepirle intessendo trame mentali da giocatore di scacchi.
Perde ugualmente.
Tornando a casa, la sera, si ricorda che ha una famiglia, che ha una moglie, che ha due figli, che ha le rate da pagare, e che aveva uno stipendio…

L’AMICO DI TUTTI (O UOMO TORTA) – Questo personaggio (che a guardare bene si può incontrare un po’ dappertutto) ha la dannata convinzione di essere il più simpatico della situazione; anche se non ti conosce si comporta come un amico di lunga data apostrofandoti con nomignoli del tipo “come va coglionazzo?” “Allora, testa di cazzo, che si dice dalle tue parti?” e così via. Nel gruppo si impone di rimanere al centro dell’attenzione escogitando gag esilarantissime (sono sue le invenzioni della “finta di pugno alle palle”, del “paghi la mossa” oppure del richiamare la tua attenzione toccandoti la spalla sinistra per poi nascondersi alla tua destra… ) ma è quando siete soli che riesce a dare il meglio di se. Un giorno tu entri nel bar, ordini un stronzissimo, merdosissimo caffè e mentre te lo sorseggi in un nanosecondo di pace arriva l’uomo torta; vivete in due città diverse, non vi siete mai incrociati, mai parlati, mai nemmeno messi una camicia della stessa marca, eppure lui ti attaccherà una torta che nemmeno tuo nonno emigrato in Sudan dal ’40 e rimpatriato a “Carramba che sorpresa” ti potrebbe mai smollare.
E la cosa bella è che di tutti gli argomenti che lui tratterà (parlando a macchinetta e sfoggiando peraltro battute pessime) non te ne fregherà un emerito cazzo!!!
Quest’agonia ha di solito durata variabile (dai 15 minuti alle 3 ore) e dipende molto dalla tua resistenza prima di scoppiare e mandarlo a cagare. Sempre che lui, saltando in scioltezza da un discorso ad un altro, ti lasci il tempo materiale di aprire bocca…

L’UBRIACO PRE-DISCOTECA – Ne parlo con tenerezza di questo, perché qualche volta la particina l’ho interpretata anch’io… Il suo orario di entrata è pressappoco le 23.50, si beve 4 piombini di montenegro (o di Havana 7 se vuol fare l’intenditore) e se ne va. I motivi di questo suo gesto inconsulto sono :
a) Ha appuntamento con una strafiga e ha paura di non poter reggere il confronto, così cerca un po’ di brillantezza in più.
Farà la figura del coglione. Fidatevi…
b) E’ insieme ad altri amici e vuole dimostrare che lui l’alcool lo sopporta…
Farà la figura del coglione. Fidatevi…
c) Non ha né appuntamento con strafiga né amici rompicazzo, deve solo andare in discoteca e siccome la discoteca gli fa cagare cerca di risollevarsi un po’ la serata.
Farà la figura del coglione. Fidatevi…
d) E’ alcool dipendente.
E’ un coglione.

IL BARISTA SPACCIATORE – Più che un personaggio in carne ed ossa è una leggenda metropolitana. Appena un bar comincia ad essere frequentato da tipi poco raccomandabili, in tutti si insinua il sospetto del grande giro di droga. Un rete di smistamento stupefacenti al cui vertice regna sovrano il barista, figura di spicco di una organizzazione mondiale di racket, prostituzione e narcotici. Nascono addirittura voci riguardo suoi ipotetici trascorsi malavitosi, suoi legami con la P2, e la sua amicizia con Totò Riina.
Tu entri nel bar, ordini il tuo amarissimo, merdosissimo, fottutissimo caffè, e mentre apri la bustina dello zucchero pensi “e se fosse cocaina?

IL BAMBINO CAGACAZZO – Non si sa di chi sia figlio (forse del diavolo) né chi ce l’ha portato ma una cosa è certa, mai un essere così piccolo è stato in grado chi creare cotanto macello.
Ha un’età indefinita e variabile, comunque sempre compresa tra i 3 e i 7 anni. Non lo vedi spostarsi perché è troppo basso ed appare come teletrasportato in vari punti chiave del bar.
Spesso staziona di fianco al giocatore di video poker che lo odia profondamente perché con quelle manine di merda tocca dappertutto selezionandogli a volte carte sbagliate (o forse la verità è che gli ricorda suo figlio…) altre volte te lo ritrovi a piazzare calci negli stinchi di malcapitati clienti (i quali vorrebbero ucciderlo ma si controllano perché ci sarebbero troppi testimoni), altre volte ancora si fa prendere dalla voglia di gelato. Si infila di soppiatto dentro il frigo e comincia a scartabellare tutte le scatole, il barista lo estrae con prepotenza prendendolo per il bavero e si fa dire che tipo di gelato vuole. Il bambino spara un nome stranissimo tipo “Leccasbrodolo” o “Pentamostroide”, proprio quelli che il barista non ha. E se anche ce li ha poi il piccolo essere malefico non ha mai abbastanza monetine per pagarlo…
Io butto giù il mio caffè e mi chiedo se da bambino ero proprio così… no, non ero così; avevo una madre (molto spesso una nonna) che mi seguiva ad ogni passo, e il gelato che mi piaceva lo trovavo sempre, e un calcio sugli stinchi di qualcuno significava uno schiaffo sui denti che avrei ricevuto.
Altri tempi e altre situazioni, pago il conto, mi faccio dare lo scontrino ed esco; là fuori qualcuno mi aspetta...

 

© Andrea Saletti, luglio 2007 (un grazie a Stefano Benni per esistere)


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domenica, 17 giugno 2007, ore 14:57
scarabocchiato da badapple in riflessioni

A occhio e croce facevo la prima media quando uscì Mexico ’86. Erano altri tempi, tempi in cui noi mocciosi spendi gettoni eravamo in grado di amare e idolatrare ogni nuovo pixel aggiunto allo standard development, tempi in cui non si discuteva il messaggio ma ci si perdeva sul significante e basta… forse perché l’essenza del videogioco era tutta là, un po’ di sudore, le mani appiccicose, la sfida e la capacità di immedesimarsi creando castelli con quattro quadratoni (i cubi dovevano ancora arrivare…) che solo i dodicenni hanno.
Io andavo a giocare nel bar della mia via, in base ai voti che prendevo a scuola potevo “vincere” più o meno soldi da spendere nei videogames. Ne vincevo sempre pochi… ma mi accontentavo…
Quel giorno lo ricordo ancora.
Entrai nel bar, Werter, il barista, mi disse con il suo solito sorrisone da ebete: “Allora, anche oggi ci si rimbambisce davanti ai giochetti, eh?
vaffanculo” risposi (ero già un fine poeta dialettale) e proseguii dritto verso la strana nuvola di ragazzi che si era raccolta in fondo al locale. “impara l’educazione!” sbraitava Werter alle mie spalle, ma ormai ero già altrove… su di un campo verde, nel profumo dell’erba digitale di Mexico 86.
Se devo essere sincero non so se l’innamoramento vero e proprio nei confronti dei videogames iniziò proprio quel giorno, ma è quello che mi torna alla mente con più chiarezza.
Puttana troia, quanto tempo è passato…

Tra ragazzetti esistono strane regole gerarchiche: “gioco prima io, sono il più vecchio!” – “No, gioco io, perché mi sono già cresciuti i peli del cazzo, guarda!” – “no, gioco io perché sono il più furbo, ieri notte di nascosto mi sono intrufolato in salotto e ho guardato tutta una puntata di Colpo Grosso… e ora so che le tette non sono tutte uguali! Altro che quelle due mozzarelle marce della Zobeide che prende il sole in topless a 60 anni sul terrazzo in via Oroboni…
A quel punto entrai nella discussione: “ragazzi, posso vedere di cosa si tratta?
I cinesi non possono giocare…”
io non sono cinese, ho solo gli occhi un po’ a mandorla, mio papà dice che sono un etrusco
un cosa?
Gli etruschi erano una civiltà importante dell’antichità! Avevano gli occhi sottili e fieri come i miei!
Hey Vietnam, siamo arrivati prima noi e noi lo sverginiamo, quindi aspetta il tuo turno e non rompere i coglioni!
Aspettai il mio turno.
Per quel giorno il mio turno non arrivò.
Ma mi era talmente piaciuto guardare Mexico 86 che decisi che qualche ora di attesa in piedi tipo guardia svizzera non poteva spaventarmi, prima o poi avrei giocato, eccome se avrei giocato…

Mexico 86 era il sogno diventato realtà del calcio spettacolo, nei gol di tacco in tuffo prendevano vita le speranze da grande platea, nelle fughe con 10 dribbling figurava l’ombra del fuoriclasse impossibile, nei pulsanti guidati dalle nostre dita incapperate scivolava la responsabilità di un intero mondiale… Ecco cos’era Mexico, era questo e molto di più… e il di più è quel valore aggiunto che ci mettono i cuori spugnosi dell’adolescenza.

Werter ci lasciava in pace, non ci negava il piacere di assestare un bel calcione di punta contro il cabinato appena subivamo un gol al novantesimo “càt vièna un càncar zòg ad merda!”. Io ero tale e quale ad ora, mi innamoravo del microcosmo che avevano creato i programmatori ma facevo cagare quando si trattava della pratica. Dopo ore estenuanti di attesa per il mio turno (in cui non andavo nemmeno al bagno per paura che mi inculassero il posto - capii cosa prova una donna che partorisce), inserivo il gettone, premevo start, prendevo gol e in 30 secondi arrivava il game over. “Ehi ragazzi, Vietnam ha finito” “la guerra è finita Vietnam!
Gli ho rotto il naso a Fabio quella volta…

Cosa mi stava sul cazzo veramente? Quello che vinceva i mondiali e mi diceva sorridendo, con voce impostata alla Gassmann : “Eh, sai, non ci gioco mai, è l’istinto…” ma fottiti và! Non la dai a bere a nessuno, su quella manopola del cazzo ci sarai stato 60-70 ore! Roba da far venire tutto il quartiere con il gioco di polso che hai messo su!
Oppure il bambino di turno, che prendeva una sedia, ci saliva sopra, si metteva nella postazione di fianco a te e simulava una partita improbabile condita di pugni sui pulsanti, pernacchie che ti lavavano le mani, manate sui tuoi comandi e dulcis in fundo testate sul monitor (che non ti facevano vedere niente). Intanto, dietro, la nonnina di “Damien” diceva con l’amica “ah, Marcellino lo porto qui al bar e lui si mette buono buono là dai televisori colorati senza più disturbare, e pensare che di solito è così vivace!
Nonna dei miei coglioni, non ti accorgevi che il tuo Marcellino mi faceva sistematicamente perdere la partita? Ti ricordi quelle 2 o 3 volte che te lo sei ritrovato perterra incastrato con la testa tra la sedia e il bancone del bar? Ringraziami, ero io che gli insegnavo l’educazione.
Ma quello che odiavo di più era quel bastardo che mentre stavo facendo la mia misera partitina insignificante arrivava, mi osservava in silenzio (valutando il mio grado di inettitudine) e mi chiedeva: “Posso sfidarti? Metto il gettone?” “No” dicevo io “cazzo, ho appena cominciato, fammi giocare in pace, sto cercando di imparare!” (frase assolutamente controproducente) “allora entro ok?” “mi hai capito faccia di merda? ti ho detto di no, smettila che mi sconcentri!” e entrava.
Entrava e mi faceva pure il culo, roba tipo 6/7 a 0…. 
E poi continuava lui la partita.

Mexico 86… non ho mai imparato a giocarci….
Il mio record? Il terzo turno, e già era grassa.

E quando mi comprarono l’Amiga  (R.I.P.) aspettai inutilmente che ne facessero una conversione… una volta ho scritto perfino una lettera a KAPPA, “non è che avete sentito voci su di una conversione di Mexico 86?
Silenzio totale. E adesso mi rivolgo a voi signori del VG, perchè cazzo non avete fatto una conversione per Amiga di quel gioco? Il motivo, voglio sapere il motivo! Anche meno rifinito se il problema fosse stato di tipo tecnico, cazzo, anche se i portieri non si fossero messi a piangere inginocchiati carponi a me sarebbe andato bene lo stesso!
Fatto sta che nel gioco che più ho amato sono sempre rimasto una schiappa…

Poi il tempo è passato e si è portato via come succede di solito nelle persone equilibrate quel desiderio a tratti maniacale di possedere le cose ad ogni costo, solo perché si associano a delle emozioni… sarà perché ci accorgiamo che alla fin fine le emozioni sono dentro di noi e fanno parte del tempo, non della materia, e gli oggetti non possono sostituire ciò che è astratto, perché sono anche loro figli del tempo in cui sono stati creati. Scontato che chiunque vedesse quel capolavoro con occhi di oggi non potrebbe capire cosa significava per noi farsi tutto il campo palla al piede e segnare un gol, magari gridando “Rosssi” quando gli ometti erano tutti uguali (alla faccia dei sosia digitali dei nostri giorni), perché gli anni e la cultura del poi riscrivono ogni interpretazione



© Andrea Saletti, giugno 2007


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lunedì, 12 marzo 2007, ore 20:34
scarabocchiato da badapple in di vita e di amore

Non mi ricordo quando ho scritto questo pensiero, mi ricordo solo la sensazione che provavo. E nemmeno ho intenzione di rivelarne le motivazioni, o tutta la storia che si libera dietro di lui, vorrebbe dire tarpargli le ali e ridimensionarne irragionevolmente i significati; voglio solo riportarlo così come è nato, senza un inizio e senza una fine, senza un dove e senza un quando.
Perché una volta tanto non si tratta di una vignetta ironica, qui non c’è allegria, solo malinconia, consapevole malinconia.
Poi, se devo essere sincero, non so neppure a chi potrebbe interessare… cioè… a me è servito come sfogo, scrivere è catartico… ma non sono uno scrittore né tantomeno un saggio con le risposte in tasca, non siate curiosi quindi perché non è nulla di speciale, solo le ingenue considerazioni di un innamorato cronico di illusioni… tanti anni fa…
Si trova qui per me stesso, per ricordarmi di un passaggio e del momento precedente a quel passaggio, un prologo senza una storia, anzi, con una storia ancora tutta da scrivere…



PROLOGO AL NULLA

E a quel punto della strada il ragazzo si fermò.
Faceva caldo.
Si sedette sul muretto e mentre guardava verso sud la sua mente si mise a vagare, madida di ricordi.

Era passato tanto tempo…

Aveva visto i giorni scivolare come lacrime sul viso, leggeri e spietati nel loro fuggire dagli occhi, eppure non aveva mai pensato a dove fossero finiti… “Perché c’è sempre una fine di tutto” si disse “E le gocce, prima o poi si schiantano al suolo…
E aveva visto ripetersi i mesi, forse un po’ più corposi ma ugualmente poco concreti, figli della stessa corrente invisibile che continuava a trascinarlo.
Ma era cresciuto, invecchiato senza fare rumore tra eventi e parole.
Quanto tempo…

Gli anni gli avevano dato un po’ di saggezza, giusto per capire che la vita è fatta di momenti, tanto impercettibili da passare inosservati ma tanto importanti da lasciare piccole cicatrici sul cuore. Perché i momenti, pensò, non sono altro che continui bivi, milioni e milioni di occasioni perse, e qualcuna sfruttata; come navigare su di un fiume ed essere costretti di volta in volta a scegliere secondo eteree sensazioni una fra centinaia di foci diverse.
Aveva sentito parlare del destino e di come tutte le cose seguono il loro corso, ed era per questo che si era fermato, per pensare…
Non l’avevo mai fatto” si disse “Ho sempre corso, a volte camminato, a volte strisciato ma non mi ero mai fermato”.

Gli avevano detto che era sbagliato, che tutto intorno a lui era in continuo movimento e perdere il ritmo significava rimanere fuori dall’ingranaggio. Gli avevano insegnato che le cose vanno fatte in fretta, che le scelte nella vita spesso sono limitate dal ceto sociale, dal colore della pelle, da dove provieni e spesso dal partito che appoggi, e che alla fine, poi, è destino…
E allora se proprio destino doveva essere a cosa serviva dannarsi l’anima? Tanto era destino…
Ed era per quello che si era fermato, per capire…

Per capire se veramente era stato lui a scegliere gli eventi e a sfruttare i momenti oppure aveva solo recitato il suo copione.

La vita, ad osservarla dal muretto era tutta diversa, c’era tempo per notare tutti i particolari, indipendentemente dalla loro importanza… “Quando si è impegnati a fare strada, ai lati è tutto più sfocato” pensò “E a volte capita di non vedere le scorciatoie o i segnali di pericolo” poi sorrise “Ma soprattutto si rischia di non vedere quante strade ci sono migliori della nostra”.
Era questo allora il destino? Un grande paraocchi usato per giustificare debolezze e aspirazioni, conseguenza dell’insicurezza di un mondo dove tutto vacilla e muta costantemente?
Non lo sapeva…sapeva solo che in quel momento si sentiva potente, sopra ogni cosa…
Indifferente e consapevole...

Intorno a lui milioni di anime continuavano a vagare senza conoscerne il motivo, facile in una situazione del genere inventarsene uno per poter andare avanti.

Il destino, padre e insieme discendente mezzosangue di profezie e religioni… così nasci, così vivi, così muori. Era questo che lo aveva sempre confuso: dare le cose per scontate; a volte bisogna avere il coraggio di criticare le regole, sono stati uomini come noi a farle…

Erano passate interminabili stagioni, dense di sensazioni e di deja-vù, nitide nella sua mente eppure ormai distanti, fotografie in bianco e nero di tutto ciò che era stato.
Il tempo è crudele” sussurrò il giovane guardando il sole dimezzarsi oltre l’orizzonte “Se lo sottovaluti ti aiuta a comprendere le cose solamente quando è troppo tardi per cambiarle”.
Ma lui aveva trovato la forza di fermarsi, lo aveva sfidato, si era seduto  e aveva guardato per la prima volta indietro. Come fanno i vecchi di ogni città consapevoli che la vita è un lungo respiro, da prendere tutto d’un fiato e da liberare il più lentamente possibile.
Voglio assimilarne ogni singolo residuo” si disse compiaciuto...



© Andrea Saletti, giugno 2001

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sabato, 27 gennaio 2007, ore 13:37
scarabocchiato da badapple in riflessioni

Non sono mai stato un amante della discoteca, tuttavia in una maniera o nell’altra ci finisco sempre dentro. Ballicchio, bevo qualcosa, dico due cazzate (quelle ce le ho per contratto) e me ne esco sempre un po’ insoddisfatto.
Sarà che questo tipo di locale ha assunto nel tempo significati diversi per me e adesso mi appare idealisticamente svuotato, sarà che quella sensazione di divertimento “forzato” che ti accoglie appena valicata la soglia va a cozzare duramente con il mio istinto di bastian contrario.

I motivi che mi hanno portato a finire in una discoteca sono sempre stati diversi: quando avevo quindici anni e odiavo ballare ci andavo con Laura; Laura mi accompagnava perché era pazza di me, io non la consideravo perché aveva lasciato Marcello, il mio amico. Così andavo in disco perché mi piaceva Silvia, Silvia mi cagava zero ed era innamorata di Sequoia, il buttafuori del locale. Sequoia, con la fronte altissima e gli zigomi da pugile, la faceva entrare ogni volta gratis. Io pagavo tutti i miei risparmi per vedere Silvia a 30 metri da me che ballava strusciandosi a quel tipo; ogni tanto lui la perquisiva meticolosamente. Anche con la lingua. Io mi dicevo che prima o poi avrei avuto il coraggio di prenderla da parte e dirle ciò che provavo. Non l’ho mai fatto.

A quell’età la discoteca era il luogo dell’ evasione, quattro muri che separavano il nostro essere bambini dal nostro desiderio di essere adulti; avevi il tuo bicchiere di alcol tra le mani e credevi di conoscere già tutto, dell’amore, della vita, ti rimaneva solo da scoprire la posizione del clitoride… questione di poco ti ripetevi.

Più avanti negli anni ci andavo perché ero insieme a Deborah e a lei piaceva ballare. Io ascoltavo solo ed esclusivamente musica Heavy Metal allora, ma a Debby non sapevo dire di no, così ogni tanto ci facevamo due salti in pista. E’ stato in quel momento che ho capito quanto sia sottile la linea di demarcazione tra ciò che si dice di odiare e ciò che invece ci mette in imbarazzo fare.
Più avanti ancora ci andavo con Mirko, con Tobo, con Marcello, perché sostenevamo che così avremmo conosciuto gente nuova (la si sente dire spesso questa frase), in realtà avevamo una voglia di figa che Dio solo lo sa. Col senno di poi posso dire che se mai ho voluto togliermi questa voglia è stato in qualsiasi posto tranne che in discoteca.
Poi quando suonavo nei locali ho smesso di andarci per un bel po’. Ora ci vado saltuariamente e la vivo in maniera diversa. Non è più il luogo del proibito, è solo un posto dove puoi divertirti come altri, tanto è la compagnia che conta, non il contorno…

Pur essendoci molti tipi di discoteche, e persone di culture profondamente diverse che le frequentano, ho notato che l’intero ambiente è caratterizzato da tante piccole convenzioni, regole tacite confermate dagli usi comuni, alcune davvero discutibili… E quando c’è da discutere non sia mai detto che io mi tiri indietro.

LA REGOLA DELLA “NOTTE FONDA” (NOSFERATU PRINCIPE DELLA NOTTE) – Andare in discoteca troppo presto è considerato sconveniente. Bisogna sempre arrivare ad orari impensabili della notte in modo che il locale sia già bello che pieno di persone, anche a rischio di ritardare e giocarsi irrimediabilmente l’entrata in lista gratuita. A pensarci bene non so su cosa si basi questa usanza, forse è un questione prettamente scaramantica, fatto sta che si è sentito parlare di discoteche rimaste vuote perché nessuno si decideva ad entrare per primo.

LA REGOLA DEL “PARCHEGGIO A CASA DI DIO” (REMOTE PARKING)
– Diretta conseguenza della regola della notte fonda: se arrivi tardi poi non trovi nemmeno parcheggio e sei costretto a lasciare la macchina a diversi chilometri dal locale. Spesso ti accorgi, una volta sceso dall’auto, che se fossi venuto a piedi da casa tua la strada da percorrere sarebbe stata minore. Il segreto per non avvilirsi è aspettarsi sempre il peggio: “con tutta la gente che c’è stasera in coda, se va bene parcheggiamo a 5-6 chilometri dall’entrata, così visitiamo il paese” oppure “Va beh, dai, se ad un certo punto, a forza di girare per trovare posto, sentiamo dai finestrini che intorno a noi la gente parla una lingua diversa, si va tutti al casinò e vaffanculo…”

LA REGOLA DEL “NON-CAPPOTTO” (CRIOMASOCHISMO) – Ogni vero discotecaro che si rispetti non percorre mai il tragitto auto-locale con addosso un qualsivoglia giubbetto. Un po’ perché vuole risparmiare gli euro del guardaroba, un po’ perché fa uomo duro. Lo vedi in piena notte d’inverno (anche durante una bufera di neve) girovagare impettito per la strada, in maglietta da pelle o camicia di lino sbottonata, con il volto che male riesce a celare il freddo indicibile (che ai più provocherà col tempo la perdita dell’uso degli arti) e una speranza negli occhi, viva come un credo religioso. Mi sono sempre chiesto se tutti quelli che partono arrivano a destinazione o se nel tragitto qualcuno si perde irrimediabilmente… Volendo potrebbe essere l’inizio di una selezione naturale, una società di superuomini che ha vinto i sacrifici della “scrematura” discoteca.

LA REGOLA DELLA SELEZIONE (LA BELLA E LA BESTIA) – Più una discoteca è rinomata, più basa la scelta della sua clientela su di un criterio assai discutibile: il vestito elegante. Puoi essere uno spacciatore, un terrorista islamico, un assassino seriale, ma se hai giacca e cravatta ti accolgono a braccia aperte; se invece porti un paio di scarpe da tennis è già tanto che non ti girano e non ti sparano all’esterno con un bel calcione nel culo. Ora, io dico, vi pago fior di quattrini per entrare e dovete pure giudicare se ne ho le qualità o meno? Ma sarei io che dovrei decidere se voi andate bene! Se mister Tyson buttafuori ha la faccia da cazzo o la fronte troppo alta per i miei gusti, se quelle scarpe correzionali che contengono i suoi piedoni sono adatte alla situazione, se quelle due anoressiche frustrate col culo di fuori che chiamate "pierre" sono adatte per accogliermi o meno!
Ecco... come lo spiego un giorno a mio figlio che l’abito non fa il monaco?

LA REGOLA DELLO SPEAKER (DEFICENT LEADER) – La scelta dello speaker che anima il pubblico durante la musica è fatta seguendo un particolare assunto: deve dire cose ovvie e non stimolare l’uso del cervello da parte della clientela danzante. Frasi come “l’amore vince sempre” o “chi cerca trova” sono spesso anche troppo pretenziose, molto meglio rimanere su standard meno elevati, magari tirando in ballo metafore sessuali neanche tanto velate, che fanno trasgressione alla grande. Roba del tipo “chi non batte le mani non scopa fino a domani”

LA REGOLA DEL “NON-RESPIRO” (CLAUSTROFOBAPNEA) – Nessuno all’interno della discoteca deve poter godere di abbastanza spazio per respirare liberamente. Questa regola è applicata masochisticamente dagli stessi clienti: se riesci a trovare un angolino libero dove posizionarti per bere e magari superare l’ultima crisi di claustrofobia, sta sicuro che in pochi secondi quello spazio si riempirà di altre persone come te che ricreeranno lo stato insopportabile in cui ti trovavi pochi secondi prima; molto spesso questo diventa addirittura uno luogo di passaggio in cui tu vieni ripetutamente spintonato da ogni dove. Allo stesso modo se tu vedi qualcuno da solo, che si è ritagliato uno spazietto vitale di almeno un metro quadrato, (è provato scientificamente) sentirai il bisogno di rompergli inconsciamente i coglioni passando di là o piazzandoti proprio contro la sua schiena. Lo scopo primo dei gestori della discoteca è fare in modo che, se anche un cliente sviene, possa essere comunque trascinato in piedi dalla folla, pronto a tornare danzante e ignaro dell’accaduto non appena riprenderà i sensi.

LA REGOLA DELLA CONSUMAZIONE (ASPETTA E SPERA) – Consumare (nel senso di bere un drink) è obbligatorio. Quando comunichi ai tuoi amici che vai al bancone bar per bere qualcosa loro sanno in anticipo che potrebbero non vederti mai più. E’ vizio di ogni barista infatti farti aspettare con lo scontrino in mano in attesa di ordinare per almeno 45-50 minuti. Quando finalmente vieni servito capisci che dovrai girare tutta la discoteca per ritrovare la compagnia che nel frattempo si sarà sicuramente spostata in altri lidi, e hai la strana sensazione di aver pagato (e pagato profumatamente) per rivivere la mattinata prima, passata in coda a bestemmiare dentro l’ufficio tasse…

LA REGOLA DEL “CORNETTO E CAPPUCCINO” (EVERYTIME BREAKFAST) – Uscito dalla discoteca il discotecaro vuole ad ogni costo fare colazione (vale anche se esce alle 2 e 30 di notte) perché per lui a mezzanotte finisce un giorno e da mezzanotte in poi ne inizia un altro; di conseguenza è sempre come fosse la mattina seguente. La pseudo colazione consiste nel famigerato cornetto (che possono diventare due o tre a seconda di fami chimiche o meno) e nel cappuccino, il quale, sommato all’alcool assunto in discrete quantità poco tempo prima, provoca nello sventurato di turno dolori addominali tipo parto e soprattutto il cosiddetto “cagone imperiale”. Temuto da tutti gli addetti alle pulizie dei bagni in autogrill.

Questo è quello che mi ha comunicato la discoteca negli anni, ma prima di terminare devo chiudere il cerchio che ho inconsciamente aperto poco fa…

Ieri ho rivisto Silvia dopo tanto tempo, aveva il trucco un po’ volgarotto ma il sorriso era quello di 13 anni fa. Anche lo sguardo non era cambiato, quella promessa di qualcosa di trasgressivo che ti comunicava sesso ad ogni battito di ciglia era lì, davanti ai miei occhi… a dire il vero qualcosa in più ci ho visto, qualcosa in più e molto in meno.
Ci ho visto l’ingenuità adolescenziale bocciata dall’esperienza, che rende opaco il vecchio luccichio dell’iride, e ci ho visto un po’ di rassegnazione, lo sguardo in camera di chi non riesce a vedere oltre.

Forse in fondo era ancora lei… forse no… il problema è che troppe cose sono diverse in me per ritrovarvi ora le stesse emozioni, e ad essere sincero mi chiedo come ho fatto allora a perdere la testa per una del genere. Insieme a lei ho rivisto anche Sequoia, ancora Sequoia, stessa faccia da culo e stessa espressione da ragazzo sfortunato. “Finalmente ho capito perché lo chiamavano così” mi sono detto colpito.

Ho sorriso amaramente, poi ho deciso di fermarmi, ho spinto il tasto eject,  ho estratto la cassetta porno dal videoregistratore e l’ho buttata tra quelle da cancellare.



© Andrea Saletti, marzo 2005

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