Non mi ricordo quando ho scritto questo pensiero, mi ricordo solo la sensazione che provavo. E nemmeno ho intenzione di rivelarne le motivazioni, o tutta la storia che si libera dietro di lui, vorrebbe dire tarpargli le ali e ridimensionarne irragionevolmente i significati; voglio solo riportarlo così come è nato, senza un inizio e senza una fine, senza un dove e senza un quando.
Perché una volta tanto non si tratta di una vignetta ironica, qui non c’è allegria, solo malinconia, consapevole malinconia.
Poi, se devo essere sincero, non so neppure a chi potrebbe interessare… cioè… a me è servito come sfogo, scrivere è catartico… ma non sono uno scrittore né tantomeno un saggio con le risposte in tasca, non siate curiosi quindi perché non è nulla di speciale, solo le ingenue considerazioni di un innamorato cronico di illusioni… tanti anni fa…
Si trova qui per me stesso, per ricordarmi di un passaggio e del momento precedente a quel passaggio, un prologo senza una storia, anzi, con una storia ancora tutta da scrivere…
PROLOGO AL NULLA

E a quel punto della strada il ragazzo si fermò.
Faceva caldo.
Si sedette sul muretto e mentre guardava verso sud la sua mente si mise a vagare, madida di ricordi.
Era passato tanto tempo…
Aveva visto i giorni scivolare come lacrime sul viso, leggeri e spietati nel loro fuggire dagli occhi, eppure non aveva mai pensato a dove fossero finiti… “
Perché c’è sempre una fine di tutto” si disse “
E le gocce, prima o poi si schiantano al suolo…”
E aveva visto ripetersi i mesi, forse un po’ più corposi ma ugualmente poco concreti, figli della stessa corrente invisibile che continuava a trascinarlo.
Ma era cresciuto, invecchiato senza fare rumore tra eventi e parole.
Quanto tempo…
Gli anni gli avevano dato un po’ di saggezza, giusto per capire che la vita è fatta di momenti, tanto impercettibili da passare inosservati ma tanto importanti da lasciare piccole cicatrici sul cuore. Perché i momenti, pensò, non sono altro che continui bivi, milioni e milioni di occasioni perse, e qualcuna sfruttata; come navigare su di un fiume ed essere costretti di volta in volta a scegliere secondo eteree sensazioni una fra centinaia di foci diverse.
Aveva sentito parlare del destino e di come tutte le cose seguono il loro corso, ed era per questo che si era fermato, per pensare…
“
Non l’avevo mai fatto” si disse “
Ho sempre corso, a volte camminato, a volte strisciato ma non mi ero mai fermato”.
Gli avevano detto che era sbagliato, che tutto intorno a lui era in continuo movimento e perdere il ritmo significava rimanere fuori dall’ingranaggio. Gli avevano insegnato che le cose vanno fatte in fretta, che le scelte nella vita spesso sono limitate dal ceto sociale, dal colore della pelle, da dove provieni e spesso dal partito che appoggi, e che alla fine, poi, è destino…
E allora se proprio destino doveva essere a cosa serviva dannarsi l’anima? Tanto era destino…
Ed era per quello che si era fermato, per capire…
Per capire se veramente era stato lui a scegliere gli eventi e a sfruttare i momenti oppure aveva solo recitato il suo copione.
La vita, ad osservarla dal muretto era tutta diversa, c’era tempo per notare tutti i particolari, indipendentemente dalla loro importanza… “
Quando si è impegnati a fare strada, ai lati è tutto più sfocato” pensò “
E a volte capita di non vedere le scorciatoie o i segnali di pericolo” poi sorrise “Ma soprattutto si rischia di non vedere quante strade ci sono migliori della nostra”.
Era questo allora il destino? Un grande paraocchi usato per giustificare debolezze e aspirazioni, conseguenza dell’insicurezza di un mondo dove tutto vacilla e muta costantemente?
Non lo sapeva…sapeva solo che in quel momento si sentiva potente, sopra ogni cosa…
Indifferente e consapevole...
Intorno a lui milioni di anime continuavano a vagare senza conoscerne il motivo, facile in una situazione del genere inventarsene uno per poter andare avanti.
Il destino, padre e insieme discendente mezzosangue di profezie e religioni… così nasci, così vivi, così muori. Era questo che lo aveva sempre confuso: dare le cose per scontate; a volte bisogna avere il coraggio di criticare le regole, sono stati uomini come noi a farle…
Erano passate interminabili stagioni, dense di sensazioni e di deja-vù, nitide nella sua mente eppure ormai distanti, fotografie in bianco e nero di tutto ciò che era stato.
“
Il tempo è crudele” sussurrò il giovane guardando il sole dimezzarsi oltre l’orizzonte “
Se lo sottovaluti ti aiuta a comprendere le cose solamente quando è troppo tardi per cambiarle”.
Ma lui aveva trovato la forza di fermarsi, lo aveva sfidato, si era seduto e aveva guardato per la prima volta indietro. Come fanno i vecchi di ogni città consapevoli che la vita è un lungo respiro, da prendere tutto d’un fiato e da liberare il più lentamente possibile.
“
Voglio assimilarne ogni singolo residuo” si disse compiaciuto...
© Andrea Saletti, giugno 2001