A occhio e croce facevo la prima media quando uscì Mexico ’86. Erano altri tempi, tempi in cui noi mocciosi spendi gettoni eravamo in grado di amare e idolatrare ogni nuovo pixel aggiunto allo standard development, tempi in cui non si discuteva il messaggio ma ci si perdeva sul significante e basta… forse perché l’essenza del videogioco era tutta là, un po’ di sudore, le mani appiccicose, la sfida e la capacità di immedesimarsi creando castelli con quattro quadratoni (i cubi dovevano ancora arrivare…) che solo i dodicenni hanno.
Io andavo a giocare nel bar della mia via, in base ai voti che prendevo a scuola potevo “vincere” più o meno soldi da spendere nei videogames. Ne vincevo sempre pochi… ma mi accontentavo…
Quel giorno lo ricordo ancora.
Entrai nel bar, Werter, il barista, mi disse con il suo solito sorrisone da ebete: “Allora, anche oggi ci si rimbambisce davanti ai giochetti, eh?”
“vaffanculo” risposi (ero già un fine poeta dialettale) e proseguii dritto verso la strana nuvola di ragazzi che si era raccolta in fondo al locale. “impara l’educazione!” sbraitava Werter alle mie spalle, ma ormai ero già altrove… su di un campo verde, nel profumo dell’erba digitale di Mexico 86.
Se devo essere sincero non so se l’innamoramento vero e proprio nei confronti dei videogames iniziò proprio quel giorno, ma è quello che mi torna alla mente con più chiarezza.
Puttana troia, quanto tempo è passato…
Tra ragazzetti esistono strane regole gerarchiche: “gioco prima io, sono il più vecchio!” – “No, gioco io, perché mi sono già cresciuti i peli del cazzo, guarda!” – “no, gioco io perché sono il più furbo, ieri notte di nascosto mi sono intrufolato in salotto e ho guardato tutta una puntata di Colpo Grosso… e ora so che le tette non sono tutte uguali! Altro che quelle due mozzarelle marce della Zobeide che prende il sole in topless a 60 anni sul terrazzo in via Oroboni…”
A quel punto entrai nella discussione: “ragazzi, posso vedere di cosa si tratta?”
“I cinesi non possono giocare…”
“io non sono cinese, ho solo gli occhi un po’ a mandorla, mio papà dice che sono un etrusco”
“un cosa?”
“Gli etruschi erano una civiltà importante dell’antichità! Avevano gli occhi sottili e fieri come i miei!”
“Hey Vietnam, siamo arrivati prima noi e noi lo sverginiamo, quindi aspetta il tuo turno e non rompere i coglioni!”
Aspettai il mio turno.
Per quel giorno il mio turno non arrivò.
Ma mi era talmente piaciuto guardare Mexico 86 che decisi che qualche ora di attesa in piedi tipo guardia svizzera non poteva spaventarmi, prima o poi avrei giocato, eccome se avrei giocato…
Mexico 86 era il sogno diventato realtà del calcio spettacolo, nei gol di tacco in tuffo prendevano vita le speranze da grande platea, nelle fughe con 10 dribbling figurava l’ombra del fuoriclasse impossibile, nei pulsanti guidati dalle nostre dita incapperate scivolava la responsabilità di un intero mondiale… Ecco cos’era Mexico, era questo e molto di più… e il di più è quel valore aggiunto che ci mettono i cuori spugnosi dell’adolescenza.
Werter ci lasciava in pace, non ci negava il piacere di assestare un bel calcione di punta contro il cabinato appena subivamo un gol al novantesimo “càt vièna un càncar zòg ad merda!”. Io ero tale e quale ad ora, mi innamoravo del microcosmo che avevano creato i programmatori ma facevo cagare quando si trattava della pratica. Dopo ore estenuanti di attesa per il mio turno (in cui non andavo nemmeno al bagno per paura che mi inculassero il posto - capii cosa prova una donna che partorisce), inserivo il gettone, premevo start, prendevo gol e in 30 secondi arrivava il game over. “Ehi ragazzi, Vietnam ha finito” “la guerra è finita Vietnam!”
Gli ho rotto il naso a Fabio quella volta…
Cosa mi stava sul cazzo veramente? Quello che vinceva i mondiali e mi diceva sorridendo, con voce impostata alla Gassmann : “Eh, sai, non ci gioco mai, è l’istinto…” ma fottiti và! Non la dai a bere a nessuno, su quella manopola del cazzo ci sarai stato 60-70 ore! Roba da far venire tutto il quartiere con il gioco di polso che hai messo su!
Oppure il bambino di turno, che prendeva una sedia, ci saliva sopra, si metteva nella postazione di fianco a te e simulava una partita improbabile condita di pugni sui pulsanti, pernacchie che ti lavavano le mani, manate sui tuoi comandi e dulcis in fundo testate sul monitor (che non ti facevano vedere niente). Intanto, dietro, la nonnina di “Damien” diceva con l’amica “ah, Marcellino lo porto qui al bar e lui si mette buono buono là dai televisori colorati senza più disturbare, e pensare che di solito è così vivace!”
Nonna dei miei coglioni, non ti accorgevi che il tuo Marcellino mi faceva sistematicamente perdere la partita? Ti ricordi quelle 2 o 3 volte che te lo sei ritrovato perterra incastrato con la testa tra la sedia e il bancone del bar? Ringraziami, ero io che gli insegnavo l’educazione.
Ma quello che odiavo di più era quel bastardo che mentre stavo facendo la mia misera partitina insignificante arrivava, mi osservava in silenzio (valutando il mio grado di inettitudine) e mi chiedeva: “Posso sfidarti? Metto il gettone?” “No” dicevo io “cazzo, ho appena cominciato, fammi giocare in pace, sto cercando di imparare!” (frase assolutamente controproducente) “allora entro ok?” “mi hai capito faccia di merda? ti ho detto di no, smettila che mi sconcentri!” e entrava.
Entrava e mi faceva pure il culo, roba tipo 6/7 a 0….
E poi continuava lui la partita.
Mexico 86… non ho mai imparato a giocarci….
Il mio record? Il terzo turno, e già era grassa.
E quando mi comprarono l’Amiga (R.I.P.) aspettai inutilmente che ne facessero una conversione… una volta ho scritto perfino una lettera a KAPPA, “non è che avete sentito voci su di una conversione di Mexico 86?”
Silenzio totale. E adesso mi rivolgo a voi signori del VG, perchè cazzo non avete fatto una conversione per Amiga di quel gioco? Il motivo, voglio sapere il motivo! Anche meno rifinito se il problema fosse stato di tipo tecnico, cazzo, anche se i portieri non si fossero messi a piangere inginocchiati carponi a me sarebbe andato bene lo stesso!
Fatto sta che nel gioco che più ho amato sono sempre rimasto una schiappa…
Poi il tempo è passato e si è portato via come succede di solito nelle persone equilibrate quel desiderio a tratti maniacale di possedere le cose ad ogni costo, solo perché si associano a delle emozioni… sarà perché ci accorgiamo che alla fin fine le emozioni sono dentro di noi e fanno parte del tempo, non della materia, e gli oggetti non possono sostituire ciò che è astratto, perché sono anche loro figli del tempo in cui sono stati creati. Scontato che chiunque vedesse quel capolavoro con occhi di oggi non potrebbe capire cosa significava per noi farsi tutto il campo palla al piede e segnare un gol, magari gridando “Rosssi” quando gli ometti erano tutti uguali (alla faccia dei sosia digitali dei nostri giorni), perché gli anni e la cultura del poi riscrivono ogni interpretazione
© Andrea Saletti, giugno 2007